«Vera pelle» è la scritta che quasi tutti cercano su un cartellino, ed è anche l’unica di quel cartellino che la legge italiana non definisce. Dal 24 ottobre 2020 esistono sette termini che invece hanno un significato preciso e vincolante, e sapere quali sono cambia il modo di leggere una scheda prodotto. Vale sia in negozio sia online, perché la norma si applica a qualunque forma di comunicazione, compresa quella elettronica.
Questa guida spiega cosa può essere scritto, cosa non può più esserlo, e cosa la legge invece non garantisce affatto. È la parte che riguarda le parole. Quella che riguarda i materiali in sé sta nella guida ai materiali delle borse artigianali.


Cosa è cambiato nel 2020
Fino al 2020 la materia era regolata dalla legge 16 dicembre 1966 numero 1112. Il decreto legislativo 9 giugno 2020 numero 68, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 giugno e in vigore dal 24 ottobre dello stesso anno, l’ha sostituita.
Il decreto fa due cose. Definisce sette termini, stabilendo per ciascuno a quale materiale corrisponde. E vieta di usare le parole «pelle» e «cuoio» per materiali che non derivano da spoglie di animali, anche quando compaiono come prefisso, come suffisso o dentro una parola composta. È la ragione per cui diciture come ecopelle, similpelle, pelle sintetica, finto cuoio e vegan leather non possono più essere usate in Italia per indicare un sintetico.
Il divieto si estende anche ai nomi generici che derivano da quelle parole: cuoiame, pellame, pelletteria e pellicceria. Un sintetico non può essere presentato sotto nessuna di queste diciture.
Il divieto non riguarda solo il cartellino cucito dentro la borsa. Il decreto parla di qualunque modalità di presentazione e comunicazione, elettronica compresa: una scheda prodotto su un sito e-commerce ricade dentro la stessa regola. C’è stato un periodo di smaltimento per le scorte già etichettate secondo la vecchia legge, ed è finito il 23 ottobre 2022.
I sette termini, e cosa vogliono dire
Questa è la parte da tenere a portata di mano quando si legge una scheda. Le righe sono cinque perché due termini vengono definiti in coppia: «pelle» e «cuoio» da un lato, «cuoio rivestito» e «pelle rivestita» dall’altro.
| Termine | Cosa indica | Cosa vi dice davvero |
|---|---|---|
| Pelle, cuoio | Pellame di un animale che ha conservato la struttura fibrosa originaria più o meno intatta, conciato in modo che non marcisca | Origine animale e concia. Niente sullo strato di provenienza né sulla qualità |
| Cuoio pieno fiore | Il materiale mantiene la grana originaria, senza che nessuna pellicola di superficie sia stata rimossa per sfioratura, scarnatura o spaccatura | È lo strato esterno intatto. Il termine più informativo dei sette |
| Cuoio rivestito, pelle rivestita | Il rivestimento superficiale o lo strato accoppiato a colla supera 0,15 millimetri, ma resta entro un terzo dello spessore totale | C’è una pellicola sopra, ed è abbastanza spessa da dover essere dichiarata |
| Rigenerato di fibre di cuoio | Pellame conciato, disintegrato meccanicamente o ridotto chimicamente, poi trasformato in fogli | Deriva da pelle ma non è cuoio. Per legge non può essere chiamato così |
| Pelliccia | Pellame che ha conservato il pelo | Categoria a sé, con le proprie regole di etichettatura |
Se la soglia dei 0,15 millimetri sembra un dettaglio da laboratorio, il ragionamento che c’è dietro è semplice: sotto quello spessore il rivestimento è una finitura, e i termini «cuoio» e «pelle» restano utilizzabili; sopra diventa una superficie a sé, e chi compra ha diritto di saperlo. Il fatto che la legge fissi un numero invece di un aggettivo è la parte utile.
Dove finisce «vera pelle»
Fra i sette termini, «vera pelle» non c’è. Il decreto definisce «pelle», non l’espressione che ci si è costruita attorno.
Questo non la rende una dicitura vuota: la parola «pelle» è protetta anche dentro un’espressione composta, quindi scrivere «vera pelle» su un sintetico è comunque vietato. Ma non aggiunge niente a «pelle», e soprattutto non dice le due cose che contano davvero, cioè da quale strato del pellame arriva il materiale e come è stato conciato. Un cartellino che si ferma a «vera pelle» sta usando due parole per darne una sola di informazione.
Vale anche per la ricerca online: le borse in vera pelle che si trovano cercando esattamente quelle parole vanno da materiali eccellenti a crosta rivestita, e la dicitura da sola non permette di distinguerle. La domanda utile da fare, in negozio o via messaggio, è più stretta: di che animale è, da quale strato, e con quale concia. Chi vende un prodotto buono ha quelle risposte pronte.
«Genuine leather» non vuol dire quello che sembra
Sulle etichette in inglese la formula più diffusa è genuine leather, e in italiano viene letta come «pelle garantita». Non è quello che significa. Nella pratica commerciale internazionale indica semplicemente che il materiale è di origine animale, senza dire nulla sullo strato: ci rientra anche la crosta rifinita con un film di poliuretano, che è la parte più bassa del pellame.
Tradotta con la griglia italiana, genuine leather corrisponde più o meno al nostro «pelle» generico. Se lo trovate su una scheda insieme a «pieno fiore» o all’indicazione dell’animale, è una scheda completa. Se sta lì da solo, sapete quanto vi ha detto: che non è un sintetico.
«Ecopelle» è la parola più equivocata di tutte
Per anni ha indicato due cose opposte. Da una parte i materiali sintetici presentati come alternativa alla pelle. Dall’altra i pellami veri, conciati con processi a minore impatto ambientale, che di sintetico non hanno nulla. La stessa parola su due prodotti che non hanno niente in comune, e un consumatore senza modo di distinguerli: è esattamente la confusione che il decreto è nato per chiudere.
Oggi, su un’etichetta italiana, «ecopelle» non può indicare un materiale sintetico. I sintetici devono dichiarare la loro vera composizione, con i nomi che gli competono. Se trovate borse in ecopelle presentate come sintetiche, o quella parola su un prodotto che chiaramente non è pellame, quello che avete in mano è un’etichetta non conforme.
Quello che la legge non copre
È la parte che quasi nessuno racconta, e serve a non farsi un’idea sbagliata di quanto quel cartellino protegga.
Alle calzature il decreto non si applica: hanno una disciplina europea propria, la direttiva 94/11/CE. E non si applica ai materiali e ai prodotti fabbricati o commercializzati in altri Stati membri dell’Unione europea, in Turchia, o in uno Stato dell’EFTA o dello Spazio economico europeo. Una borsa che arriva da un altro Paese può quindi portare in etichetta termini che seguono regole diverse dalle nostre.
Soprattutto: il decreto regola i nomi, non la qualità. Un’etichetta che dice «pelle» in modo perfettamente conforme può stare su un materiale mediocre. La legge garantisce che quella parola non menta sull’origine, non che il pellame sia buono, non che le cuciture reggano, non che la borsa duri dieci anni. Per quella parte servono ancora le mani, e i cinque controlli da fare prima di comprare.

Come si legge una scheda prodotto online
Visto che la norma copre anche la comunicazione elettronica, una scheda ben fatta contiene già quasi tutto. Quattro cose da cercare, nell’ordine:
- Quale dei termini di legge viene usato. «Pelle» o «cuoio» da soli sono corretti ma generici. «Cuoio pieno fiore» è l’informazione più densa che possiate trovare.
- Se compare «rivestita» o «rivestito». Non è un difetto dichiarato per sbaglio: è un obbligo che scatta oltre una soglia precisa, e sapere che c’è una pellicola sopra cambia le aspettative su come quel materiale invecchierà.
- Se è indicato l’animale. Vitello, vacchetta, bufalo: cambiano spessore, grana e peso, e una scheda che lo specifica è una scheda scritta da chi conosce il prodotto.
- Se è indicata la concia. Vegetale o al cromo è la differenza fra una borsa che cambia colore negli anni e una che resta ferma.
Se una scheda si ferma a «vera pelle» e basta, l’informazione non è sbagliata: è incompleta. Vale la pena chiederla prima di ordinare, e il modo in cui vi rispondono vi dice già molto.
Il consiglio della boutique
Sulle nostre schede cerchiamo di scrivere il materiale per esteso: l’animale, lo strato, la concia quando il produttore la dichiara. Non su tutte c’è lo stesso livello di dettaglio, perché dipende anche da quante informazioni riceviamo dal marchio.
Se su una scheda l’informazione che cercate non c’è, chiedetecela. Il dato ce l’abbiamo dal produttore, e preferiamo darlo prima dell’acquisto invece che gestire un reso dopo.
Sivieri Prestige
Da qui in avanti
Letta l’etichetta, restano due domande: che materiale conviene per come si userà la borsa, e che forma serve. Alla prima risponde la guida ai materiali delle borse artigianali, alla seconda quella su forma, misura e uso.
Sulle nostre schede il materiale è indicato prodotto per prodotto. Puoi confrontare la selezione di borse donna, le lavorazioni in pelle martellata di Orciani e la vacchetta tinta in capo delle borse Campomaggi.







